Note di Regia


Osservazioni dell’autrice

Credo che il nuovo secolo abbia tutte le caratteristiche perché possa storicamente essere ricordato come l’era in cui l’uomo ha cambiato il proprio corpo, nel passaggio da homo saipens a “homo aetheroplasticus”.

Perché? Perché siamo così inclini a modificare anche chirurgicamente il nostro corpo? Ovviamente la risposta “per essere accettati” non mi basta.

Ecco un ottimo pretesto per indagare ancora una volta nella psiche umana, inclusa la mia. Non mi fermerei alla sola chirurgia estetica, affonderei il bisturi più a fondo, all’interno del nostro orgnismo, verso l’ulteriore possibilità di estrarre e trapiantare organi, sostituire valvole egiunture, innestare arti di altre persone e forse di animali. Come potremmo chiamare eticamente questo uomo?

La Chirurgia plastica, La Cultura in vitro, la Clonazione… Un brivido lungo la schiena dovuto a questa “innaturale” mostruosa ricerca. Un netto distacco tra scienza e religione. Un bivio in salita con alla fine uno strapiombo. In cosa credere?

L’uomo primitivo giustificava l’ignoto con il divino. La religione è nata anche dalla necessità di collocare eventi che erano fuoi dalla umana comprensione in un dogmatico contenitore etichettato con la parola ‘Fede’. Dacché il cervello umano si è evoluto abbiamo più risposte, e sicuramente anche più domande, ma siamo sempre meno inclini ad affidarci a ciò che non è dimostrabile. Avere fede è un atto di coraggio o è sintomo di debolezza?

In fondo cosa vogliamo sapere, essenzialmente se con la morte del corpo tutto finisce. E’ paradossale che la fede ci assicuri una risposta dopo la morte, noi umani la vorremmo ora.

Perché ci viene dato di sapere quando molto probabilmente non ci sarà più niente da fare? E se…

e se...

e se tutto quello che ci spaventa delle scoperte scentifiche fosse invece l’unico mezzo che abbiamo per migliorare le nostre esistenze? Se la nostra intelligenza fosse l’unico dono che ci è stato concesso per raggiungere l’immortalità qui, in questa vita? E se completata la nostra evoluzione, scoprissimo di essere Dio? Questo e nient’altro, niente paradiso, niente inferno, nessun’altra dimensione, niente anima, niente di niente.

Fondamentalmente non accettiamo di essere mortali. Perché noi esseri umani, mortali, abbiamo oltretutto la coscienza di essere tali? Mortali incoscenti e felici: non poteva essere questo il destino dell’uomo? No. Mortali e coscenti di non poter fare assolutamente nulla. E’ questa la beffa che proprio non ci và giù. Perché voler sapere è un atto d’arroganza, di superbia se la conoscenza è una peculiarità dell’uomo?

Ai miei cinque cari personaggi viene concessa una possibilità. Una proposta irresistibile rispetto al nulla che li attanaglia, la possibilità s’incarna nel “Dottore” e si realizza nella “Clinica Eternity”.

Coscienti di essere nati incompleti e di non essere riusciti fino allora a migliorarsi fanno loro la teoria che attraverso la mutazione del corpo la mente può evolversi. Non solo, nella raggiunta perfezione si può accedere all’immortalità, vincere la paura e trovare la felicità nel raggiungimento di una risposta a quella dolorosa e incessante domanda.