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Trovare uno stile, una connotazione temporale, una linea coerente dello spettacolo; preparare e degustare una pietanza e sceglierla perché è esattamente quella il completamento della scena; andare a recuperare gli oggetti di scena in tutta Italia con la stessa cura con cui abbiamo scritto i testi, affrontato le scelte musicali, dei costumi o delle luci; procedere con la massima apertura, percorrere una strada e abbandonarla senza sapere dove andare ed essere pronta ad accogliere ogni stimolo esterno. Non si è trattato di una drammaturgia già definita, né di una lista delle pietanze da seguire, non c'è stata una linea sicura o già scritta da cui partire, ma una fusione contemporanea di tutti gli elementi che costituiscono lo spettacolo, rispettando i tempi teatrali e conciliandoli con quelli di cottura, di fruizione e di degustazione, pensando essenzialmente al piacere del pubblico. Mangiare e guardare è impegnativo. Ricevere una pietanza, guardarla, sentirne il profumo mentre si ascolta una musica o si guarda un attore che si muove, che ti racconta; allentare le difese, abbandonarsi all'effetto del vino, del cibo, di un racconto, emozionarsi con i ricordi, ridere, decidere di partecipare, condividere. Questo è realmente quello che vorrei raccontare dello spettacolo, una visione soggettiva da parte dello spettatore e niente più, annullare l'egocentrismo registico per riuscire a rispettare chi riceve, perché l'atto di ingerire qualcosa preparato e servito da qualcuno è un'azione che presuppone intimità e fiducia. Elisabetta Faleni |